domenica 1 febbraio 2015

DEL PUENTE A LA ALAMEDA

La città di Arequipa (Perù) sotto il vulcano El Misti
Ci sono cose di cui ti accorgi quando è tardi. Succede a tutti ma questo non rende meno intenso il rimpianto. Avessi modo di dar ragione a mia madre su alcune cose, anche se in ritardo, molto in ritardo, lo farei. Invece non posso e me ne dispiace. A dire il vero, quando penso a come mi diceva quelle cose, a come cercava invano di farmi capire il senso dello scrupolo nel mantenere l'ordine e la pulizia domestica, mi sento ancora venir su una reazione di fastidio naturale di fronte a un esempio classico di inscalfibile petulanza materna. Ma poi mi pento. E una cosa che mi dispiace è che alla fine non è neanche stata lei a farmi ricredere: è stata Dolores.
Non so come farei senza Dolores. Niente di speciale: viene ogni tanto a dare una mano in casa. Quando può, perchè ha altri a cui le tocca badare con una certa costanza. Ma se si può avere Dolores anche solo due o tre volte al mese non si va in cerca di nessun'altra. Dolores è una specie di medicina per l'anima. Posso anche chiedere scusa a mia madre, ma è Dolores che mi ha fatto capire quanto sia saggio e nobile e necessario e luminoso il lavoro di chi mette in ordine e pulisce e fa da mangiare e con questo rende meno grave a chi ha vicino il peso dei giorni. 
Non sto a fermarmi sulle cose ovvie: che è un lavoro ingrato che ricomincia ogni giorno, che spesso una donna lo fa per un marito e dei figli che neanche se ne accorgono e che se ne fregano e non hanno un briciolo di gratitudine e manco di rispetto, che è un compito faticoso e che ti occupa la mente ogni minuto e di cui nessuno riconosce la pesantezza, logorante anche per la stima di sé e per tutti gli altri sentimenti. Il punto vero è l'equilibrio con cui Dolores fa le cose, la leggerezza con cui la sua esistenza passa vicino alle altre e le spolvera, con dentro una certezza miracolosa che le assicura che sta facendo qualcosa di buono e giusto e indispensabile. Una disposizione a fare le cose con cura che mi è sempre sembrata una delle cose più profonde di cui disponiamo e che non a caso qualcuno di sveglio e importante ha riconosciuto pressappoco come una traccia dell'assoluto in noi o qualcosa di simile (1). 
Ok, so che è un prodigio che milioni di donne sono in grado di compiere. Forse non tutte con la stessa incredibile serenità con cui lo fa Dolores, ma molte certamente sì. E quella specie di felicità silenziosa che ti trasmettono mentre fanno i mestieri di casa, magari cantando sottovoce, credo che basti abbondantemente a riscattare agli occhi del cosmo, nell'insieme, il malcontento sordo di tante maritate a forza o per errore o semplicemente costrette dalle cose a fare le donne di casa non volendolo (e le capisco bene, direi). E conosciamo tutti decine di queste donne e sappiamo che molte di esse se appena ripensano un po' alla loro vita, o anche se guardano il loro presente, non avrebbero gran che ragioni per essere contente. Eppure.
Anche Dolores dice che il suo nome le piace tanto e non lo cambierebbe, ma che è stata una profezia tristemente vera. Dice che sua madre le ha detto che, quando è nata, l'alternativa per il suo nome era Consuelo e che da quella volta si è chiesta ogni tanto se essere per sempre Consolazione le avrebbe cambiato la vita rispetto all'essere per sempre Sofferenze. Ma poi non ci fa caso, anche se dice che i suoi Dolori le hanno fatto a lungo una compagnia invadente e ovviamente sgradita.
D'accordo, sono cose che non si misurano: a volte accenna a cose generali di famiglia, un po' di povertà e qualche malattia. Ma la sua famiglia in fondo non stava poi troppo male: suo padre era impiegato in qualche ditta, a un livello molto basso, d'accordo, ma non da fare la fame, solo da non potersi permettere quasi niente di quello che di bello si vede in giro e si può comprare, con tre fratelli maschi un po' sfortunati e un po' cialtroni, che hanno sempre lavorato sì e no e uno dei quali (Arturo, mi pare) è si è ammazzato a neanche trent'anni con una moto scassata. Queste cose me le dice quando le faccio il caffè a metà pomeriggio e un po' alla volta mi faccio raccontare qualcosa. Parla volentieri, parlerebbe a lungo, ma dopo cinque minuti si alza e si rimette a fare. Comunque un po' alla volta qualche pezzo di storia alla fine lo so.
Anche suo padre è morto che Dolores ne aveva poco più di venti, ma lei aveva già cominciato da qualche anno ad andare a servizio, e quelli che entravano in casa di sicuro erano i soldi suoi, insieme a quel po' di pensione che toccava alla famiglia. Degli altri due fratelli Dolores parla poco e mai con affetto: hanno parecchie colpe che non ha mai perdonato. Dice che mangiavano e spendevano sempre molto più di quanto portassero in casa, che a volte facevano qualche affare e arrivavano a casa con regali e soldi, ma poi però se li sputtanavano subito a carte o con le bottiglie e insomma di loro non ci si poteva fidare. Tenevano molto a lei, in apparenza, ma più come a un patrimonio che come a una sorella. La sorvegliavano: era sempre accompagnata fuori casa, anche per andare al lavoro o a fare la spesa, e quando usciva il sabato sera o la domenica loro le stavano sempre dietro, per proteggerla ma anche per tenere lontani i ragazzi, che non le girassero attorno. Era bella, dice: non la più bella ma abbastanza perchè tanti si girassero a guardarla, e lei lo sapeva e quando andava a ballare si vestiva bene ed era tutta contenta. Era piccola di statura ma con tutto a posto e si piaceva molto e degli uomini non le interessava, anche perchè aveva capito benissimo che i suoi fratelli avevano in mente di venderla al migliore offerente, di usarla per sistemarsi, di farle sposare qualcuno di ricco pensando poi di essere a posto. Ma lei non voleva, non accettava che le presentassero nessuno di quelli che si facevano avanti e che loro selezionavano in base alla posizione. Una volta si era innamorata: di José Alfonso, un ragazzo gentile che per un po' è riuscito a parlarle di nascosto e le mandava bigliettini e che i suoi fratelli avevano pestato come una bistecca perchè non aveva un soldo e bisognava tenerlo alla larga. Da allora più niente, dice. Non so quando è diventata tonda e un po' traccagna come è adesso, ma sugli anni dai venticinque circa in su passa via come se non avesse neanche mai visto nessuno per la strada. E coi fratelli non ha mai più fatto pace: di Álvaro dice che era cattivo, non lo vede e non gli parla da più di dieci anni. Antonio l'ha portata in Italia con sua madre, ma lei non ha voluto stare con lui e la sua famiglia: lui vive altrove mentre lei abita dalle nostre parti da qualche anno e tira avanti abbastanza bene con le solite cose, pulizie in casa e qualche notte in ospedale o da qualche infermo.
La cattedrale di Arequipa
Di noi in Italia dice che in fondo siamo gentili e che qui sta abbastanza bene, che la spaventano un po' quelli che gridano contro gli stranieri, ma che in Perù non torna perchè non ha più nessuno e che di Arequipa ha un po' di nostalgia ma il peso dei ricordi brutti non le lascia forza abbastanza per decidere di tornare: troppa fatica, dice. Però il peso della solitudine che ti racconta non glielo vedi addosso quando ti gira per casa e traffica con l'aspirapolvere e gli stracci e, se capita, ti mette su lo spezzatino o la peperonata. Ha la faccia che, secondo i preti missionari, molti africani hanno a casa loro e si portano dietro qui da noi: una specie di fiducia naturale, di ingenuità atavica che resiste a tutto, anche al nostro cinismo e alla nostra meschinità, anche alla durezza del nostro mondo, e che forse è solo quella normale bontà d'animo che anche noi conosciamo bene ma che solo è meno diffusa perchè siamo più civili e quindi come minimo più preoccupati. 
Quando ha tempo porta fuori sua madre a fare due passi o a fare spese, guarda un po' la televisione, legge romanzi d'amore: io provo a passarle qualcosa di un po' più serio ma lei spesso mi dice francamente che i classici (o meno classici) che le do io la stufano un po' e non li finisce. Le piacciono i film vecchi in bianco e nero, così ogni tanto gliene procuro qualcuno. E poi canta: Dolores è intonata e le piacciono i cantanti italiani che sente in giro, così ha un repertorio di canzonette che mi esegue a mezza voce mentre lavora. E ogni tanto ci infila qualcosa delle sue parti, come Ojos azules, che conoscevo anch'io, oppure, spesso, una canzone che, mi ha spiegato, è degli anni '50, scritta da una donna che si chiamava Chabuca Granda e che potrei descrivere come uno strano incrocio latinoamericano tra Joan Baez e Iva Zanicchi. Parla di una mitica ragazza bella e profumata che in passato girava per la città (di Lima) con passo sicuro e spargeva intorno un fascino potente e memorabile tanto che appunto il suo ricordo è nella mente di tutti e la sua immagine è quasi il simbolo di un tempo bellissimo e passato: Jazmines en el pelo y rosas en la cara / Airosa caminaba la flor de la canela (2). Una specie di Garota de Ipanema del Pacifico, diciamo, con dentro un po' più romanticismo melodico e molto meno samba. Da un paio di anni Dolores sta in un piccolo appartamento seminuovo a quattro-cinque km di distanza dal centro, e per andare a lavorare ha una macchinetta usata o, nella stagione buona, prende la bici. Ma, i primi anni che veniva a casa mia, abitava in un appartamento piccolo e vecchio vicino alla piazza e si muoveva spesso a piedi. Per arrivare da me passava il ponte e faceva sotto i portici tutta la via Garibaldi: non è propriamente un'alameda da Sudamerica, ma dice che le tornava in mente lo stesso la canzone e per qualche minuto si sentiva ancora, come una volta, una bellissima flor che fa vibrare i marciapiedi col suo passo e fa girare la testa ai giovanotti. Io, per me, mi commuovo un po' anche quando Dolores canta Gianni Morandi o Eros Ramazzotti. Ma quando sento che canta in spagnolo e penso che pensa a quando era giovane ad Arequipa e aveva, come si dice, tutta la vita davanti, mi viene proprio da piangere (3).
La Casa del Moral di Arequipa

(1) Questa è una cosa su cui torno qua e là, ne ho già parlato un po', per esempio qui, ma anche in altri posti che adesso non ritrovo. Naturalmente nimporta.
(2) Il titolo è appunto La flor de la canela, che se non ho capito male dovrebbe anche essere un modo di dire per indicare qualcosa di molto bello e prezioso, una qualità molto alta: il fior fiore diremmo forse noi. Pare che in Sudamerica sia una cosa tipo Yesterday o Il cielo in una stanza. Ne ho trovato anche una versione domestica che mi è piaciuta cantata da una giovane tipa che pare si chiami Mariana Cuspinera.
(3) Per chi, tra i pochissimi che frequentano questo posto, dovesse avere dei dubbi, preciso a scanso di equivoci che: Dolores non esiste.

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